13 novembre 2013

Appello di tutte le ong: "Non dimentichiamo Giovanni Lo Porto"

http://www.repubblica.it/solidarieta/ong/2013/11/12/news/rompono_il_silenzio_tutte_le_ong_non_dimentichiamo_giovanni_lo_porto-70836336/?ref=HREC1-23

Appello di tutte le ong: "Non dimentichiamo Giovanni Lo Porto"
Giovanni Lo Porto
ROMA - "Siamo affranti, preoccupati e anche un po' arrabbiati", ci dice al telefono Pietro Barbieri, presidente del Forum nazionale Terzo settore, il Consiglio che raggruppa tutte le ong italiane e il mondo della cooperazione impegnato all'estero. "C'è un italiano che da 22 mesi è prigioniero di qualche gruppo jihadista o banda criminale. Ma di lui non si sa assolutamente più nulla". 

FIRMA L'APPELLO PER GIOVANNI

L'italiano si chiama Giovanni Lo Porto, siciliano, ha 36 anni e fino al 19 gennaio del 2012 lavorava nel sud del Punjab per la ong tedesca Wel Hunger Hife. Quel giorno, quattro uomini armati hanno fatto irruzione a Multan, vicino alle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, nella casa dove viveva Giovanni, e lo hanno portato via a forza assieme al suo collega Bernd Muehlenbeck, di 59 anni. Nessuno ha rivendicato il loro rapimento. Solo poco prima del Natale del 2012 è stato messo in rete un video nel quale Muehlenbeck dichiarava: "Ora siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahiddin. Possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani, tra tre giorni". 

L'uso del plurale ha fatto sperare che i due si trovassero assieme e questo sarebbe la sola prova dell'esistenza in vita di Giovanni. Da allora è calato il silenzio. Da parte di tutti. 
Anche delle autorità italiane. La linea seguita è la stessa di sempre in questi casi: massima discrezione per tutelare l'ostaggio e consentire l'avvio dei contatti con i rapitori e di un'eventuale trattativa.

Pietro Barbieri, un anno e 9 mesi di silenzio non sono un po' troppi. Ma soprattutto: sono serviti a qualcosa, visti i risultati?
"Non posso che condividere. Per quello che sappiamo non è stata intavolata alcuna trattativa ma soprattutto non si sa nemmeno chi tenga prigioniero il nostro collega. Siamo veramente preoccupati. E' passato molto tempo e non c'è uno straccio di informazione che ci faccia orientare in questo incubo".

Adesso avete deciso di rompere il silenzio. Avete lanciato un appello al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio con un titolo che è anche un accorato invito: non dimentichiamolo.
"Giovanni Lo Porto è un operatore umanitario che si è recato in Pakistan per aiutare migliaia di persone sconvolte da un'alluvione eccezionale. Stava facendo ciò che fanno altre centinaia di volontari come lui. Ma è prima di tutto un cittadino italiano. Prigioniero da 22 mesi. Senza sapere che fine abbia fatto, dove si trovi, nelle mani di quale gruppo, in quali condizioni fisiche e psicologiche. L'Italia, il nostro governo e le nostre autorità non possono abbandonarlo".

Perché questo lungo silenzio?
"Quella di Giovanni è una famiglia semplice, senza legami e contatti; conosceva appena il lavoro in cui era impegnato il figlio. Ma non è in grado di lanciare una campagna, di tenere alta l'attenzione. Sappiamo che ha dei contatti con l'Unità di crisi della Farnesina".

Che tipo di contatti?
"Li tengono informati".

Su cosa?
"Immagino sui tentativi di individuare chi tiene in ostaggio Giovanni".

Tentativi falliti, a quanto pare. Lo stesso ministro Bonino sostiene che i pochi tentativi si sono rivelati una bufala. I presunti emissari erano inaffidabili.
"E' questo che ci riempie di angoscia".

Ma nessuno ha mai raccolto una prova sull'esistenza in vita di Lo Porto?
"Finora non ci risulta".

Perché avete atteso tanto tempo prima di uscire allo scoperto?
"In questi casi le Istituzioni chiedono il silenzio. E noi abbiamo aderito all'invito nella speranza che agevolasse le trattative".

Ma qui non abbiamo neanche notizie su chi tenga in mano Giovanni.
"Il nostro appello punta proprio a scuotere le coscienze, ad attirare l'attenzione di chi ci appare distratto".

La ong tedesca per cui lavoravano i due cooperanti si è attivata?
"Da quello che ci risulta mantiene i rapporti con la famiglia del volontario italiano".

Sembra tutto molto disarmante.
"Noi non abbiamo e non vogliamo arrenderci. Dobbiamo agire, fare qualcosa, ricordare che c'è un giovane italiano prigioniero da qualche parte tra Pakistan e Afghanistan. L'Italia ha il dovere di rintracciarlo e di riportarlo a casa. Ma non chiedeteci ancora silenzio. Il caso di Giovanni Lo Porto è un caso dimenticato: noi chiediamo a Napolitano e Letta di tenerlo vivo. Di fare tutto il possibile per restituirlo alla sua famiglia e a tutti noi". 

12 novembre 2013

La tragica e incredibile odissea di un imprenditore italiano, sbattuto e abbandonato in una lurida galera della Guinea Equatoriale

http://www.africa-express.info/2013/11/12/la-tragica-e-incredibile-odissea-di-un-imprenditore-italiano-sbattuto-e-abbandonato-una-lurida-galera-della-guinea-equatoriale/


November 12, 2013 GUINEA EQUATORIALE  Nessun commento
roberto-berardi-1Massimo A. Alberizzi10 novembre 2013
Roberto Berardi imprenditore italiano, 48 anni, da gennaio è rinchiuso in una galera della Guinea Equatoriale, uno dei Paesi più repressivi del mondo, dove, circondato da assassini, ladri e banditi di ogni genere, langue in isolamento. Nessuno può andarlo a trovare, neppure i diplomatici italiani. La sua colpa? Avere cercato di capire come mai dalla società edile, che aveva costituito assieme al vicepresidente e figlio del presidente del Paese, era sparito del denaro. Da vittima di una malversazione è diventato, per la corrotta giustizia equatoguineana, carnefice. Ora Berardi, rinchiuso in una galera lurida e raccapricciante, sta vivendo una storia terribile.

Non basta tutta la fantasia per descrivere la sua incredibile vicenda: la realtà supera le più sfrenata fantasia. Inutile dire che i giornalisti sono banditi dalla Guinea Equatoriale. Per noi è impossibile ottenere il visto. Il regime, corrotto fino al midollo e sanguinario, deve mantenere i suoi segreti. E poi, cosa succederebbe se l’opinione pubblica venisse a sapere che la compagnia petrolifera da cui compra la benzina ogni giorno va a braccetto e copre la spietata dittatura equatoguineana? Solo i reporter cinesi sono ammessi, ma sappiamo come la libertà di stampa in Cina non esista. E nemmeno l’opinione pubblica.Mappa
Teodoro Obiang, il dittatore della Guinea Equatoriale, rischia di essere deferito alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’Umanità. Un gruppo di avvocati ha costituito un comitato per chiedere all’ONU di considerare la corruzione proprio come un delitto contro l’umanità
Siamo nel 2011 e sembra un affare come un altro quello offerto all’imprenditore italiano Roberto Berardi: un appalto per costruire edifici civili nella Guinea Equatoriale. Berardi ha una certa esperienza della regione per aver lavorato in Costa D’Avorio e in Camerun e quando scopre che suo partner nella società che si accinge a costituire nel Paese sarà nientemeno che Teodorin, il figlio prediletto del presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasongo, e vicepresidente, si sente lusingato e in una botte di ferro. Accetta così di entrare nell’affare.Teodorin yacht
Berardi non sache Teodoro, al potere dal 1979, è un sanguinario dittatore, il primo della classifica africana dei tiranni, assieme al suo omologo che “regna” con in pugno di ferro sull’Eritrea, Isaias Afeworki. Teodoro Obiang si arroga il diritto di vita e di morte sui suoi sudditi. Infatti qualcuno alla radio nazionale ha spiegato che lui può ammazzare chiunque, perché tanto non può andare all’inferno. La Guinea Equatoriale (700 mila abitanti) è un Paese ricchissimo: le royalty sul petrolio sono enormi, peccato che finiscano in poche tasche. Come sempre in questi casi, il despota e suo figlio confondono il proprio conto in banca con quello dello Stato.
La gente potrebbe vivere a livello scandinavo, almeno a dar retta alle statistiche che, come al solito, non rendono giustizia e restano incomprensibili. Il reddito pro capite e poco meno di 25 mila dollari l’anno. Peccato che la gente viva con meno di un dollaro al giorno e la metà della popolazione non abbia accesso all’acqua potabile.
In Guinea Equatoriale di ricchissima c’è solo una cosa: la famiglia (allargata) del presidente quella cioè che saccheggia le risorse minerarie. Ha la benevolenza delle compagnie petrolifere che ottengono lucrose concessioni in cambio di altrettanto lucrose tangenti, come accusano organizzazioni non governative che si occupano di lotta alla corruzione.Teodorin e girlfriend
Il vecchio Teodoro, che è nato nel 1942 e ha studiato all’accademia spagnola di Saragozza sotto la dittatura di Francisco Franco, lascia mano libera al figlio, Teodoro anche lui, ma soprannominato Teodorin, un playboy straricco e capriccioso più avvezzo alla bella vita che agli affari della politica e delle tangenti.
Berardi non sa la storia della Guinea Equatoriale, di Teodoro e di Teodorin. Così, come già detto, quando questo gli propone un affare, di entrare cioè in società con lui, vicepresidente dai grandi poteri, accetta. I due assieme fondano la società di costruzioni Eloba: 60 per cento Teodorin, 40 Berardi.
Teodorin ama l’Italia e le cose italiane. E per questo possiede una delle 30 Bugatti esistenti al mondo, otto Ferrari, una Laborghini e una Maserati. Oltre, naturalmente a numerose Bentley, Rolls Royce, Mercedes e Aston Martin. Riconosciuto come gran playboy per far colpo sulla cantante rap Eve compra al volo uno yacht da 380 mila dollari, una cifra che supera di ben tre volte il budget destinato all’educazione nel suo Paese.Casa di Malibu
Possiede un bellacasa a Malibu, in California, pagata 35 milioni di dollari in contanti, e compra tutti i memorabilia di Michel Jackson, compreso un guanto bianco  tempestato di diamanti dal valore di 350 mila dollari. Possiede un aereo personale, una flotta di panfili, un appartamento nell’esclusiva avenue Foch a Parigi. Impossibile fare un elenco delle sua bravate. Ecco un esempio: un weekend in Sudafrica costato 100 mila euro in caviale e champagne.
I giudici americani e francesi si sono domandati come potesse comprare tutto ciò con il suo stipendio di 81 mila dollari all’anno da ministro delle foreste e vicepresidente nel suo Paese e hanno aperto un’inchiesta che ha risposto alla domanda: attraverso estorsioni e corruzione legate alle concessioni di gas e petrolio nel suo Paese. Le sue auto sono state sequestrate dalla giustizia francese e messe all’asta.
Berardi non sa nulla di ciò e casca nella trappola, dove tra l’altro sono cascati altri imprenditori occidentali. Mentre Teodorin compra il guanto di Michel Jackson, dalla cassa della Eloba scompare il denaro che servirebbe per acquistarlo. L’imprenditore chiede spiegazioni. Gli viene mandata a casa la polizia per arrestarlo. Protesta e chiede aiuto, ma l’aiuto gli viene negato. Perfino i diplomatici italiani non ottengono i visti per andare nel Paese. Certamente non possiamo mandare un contingente di parà per liberarlo, ma forse chiedere e ottenere che esca fuori da quella putrida galera dovrebbe essere un obbligo per la nostra diplomazia.
A meno che non sia meglio affidare il dossier all’ENI, che in Guinea Equatoriale, terzo produttore di petrolio nell’Africa sub sahariana, ha ottime entrature ottenute, se non vado errato, ma come è facile immaginare,  con sistemi non del tutto confessabili. Eni o Farnesina (o entrambi) è lo stesso, ma si scelga in fretta Roberto Berardi rischia di non uscire vivo da quell’inferno.
Massimo A. Alberizzi
Massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi
Nelle foto dall’alto: Roberto Berardi prima dell’arresto, la mappa della Guinea Equatoriale, il panfilo da 380 milioni di dollari, Teodorin con una sua girl friend, la villa di Malibu e il video girato quando hanno sequestrato la collezione di auto da sogno
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