4 dicembre 2010

Kazakistan: storia di Flavio, condannato a sei anni di carcere duro per un etto di fumo

Ne ho già parlato, portare a conoscenza di questi casi è un obbligo morale, anche per dimostrare che le storie di arresto e condanne all'estero di nostri cittadini sono sempre uguali, stesso copione di storie già vissute. Già, vissute sulla loro pelle ma anche di noi familiari a casa.
Arresti illegali, mancanza di avvocati in fase di fermo e interrogatorio, mancanza di un interprete, Diritti di ogni genere violati constantemente nell'indifferenza totale, già perchè per ogni paese dove si trovano i nostri cittadini c'è un interesse da non intaccare, non urtare le sucettibilità di quei governi??? o potentati!!!!!! e così vengono sacrificati sull'altrare della vergogna, indifferenza e ipocrisia, Giovanni Falcone
di Federico Ferrero, L’Unità, 29 novembre 2010
Il prossimo trasferimento sarà nel durissimo carcere di Semey, senza possibilità di comunicare con il mondo esterno. È stato condannato a sei anni: il suo compagno di cella, per un omicidio ne ha presi quattro.Flavio Sidagni, una laurea in economia e l’anima del giramondo, ha compiuto 55 anni e lavora da una vita per l’Eni: prima l’Egitto, poi Angola, Olanda, infine il Kazakistan. Da dieci anni è responsabile finanza e controllo di Agip Kco, società sussidiaria del colosso italiano per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas nell’area caspica e di Kpo, Karachaganak Petroleum operating, consorzio affaristico tra i giganti Bg, Eni, Chevron e Lukoil.La sua vita, tutto sommato una vita normale da funzionario con incarichi all’estero, finisce il 20 aprile 2010. Qualcuno, nella serata di un giorno come gli altri, bussa alla porta del residence in cui tutti i dipendenti Eni soggiornano, ad Atyrau. Sidagni vive lì con la moglie, Irina, e il figlio di sei anni. Ha già ospiti in casa, ma quello non è un amico in più: è la polizia. Che entra senza un mandato, perquisisce l’appartamento, trova 120 grammi di hascisc e se lo porta via ammanettato.“Senza poter parlare con un avvocato, senza sapere che poteva rifiutare la perquisizione, senza il tempo di capire cosa stesse succedendo”, racconta Paolo Gorlani, marito di Simona, la cugina di Sidagni. Sono loro, dall’Italia, a occuparsi della sorte di Flavio, sconosciuta fino a pochi giorni fa anche alla madre ottantenne.“Il fatto è che abbiamo preferito, in un primo tempo, utilizzare solo i canali ufficiali, niente stampa: solo l’ambasciata, la Farnesina e l’avvocato sul posto, che però è un legale statunitense non penalista. Poi abbiamo deciso di spargere la voce il più possibile, perché ci siamo accorti che Flavio stava per sprofondare in una fossa senza possibilità di uscita”.Già. Sidagni è stato condannato, in primo e in secondo grado, a sei anni di reclusione. Regime duro. Due corti di giustizia hanno ritenuto di accogliere l’impianto accusatorio del pubblico ministero che aveva chiesto il massimo della pena, ridotto quasi della metà in sentenza grazie alla concessione delle attenuanti generiche e in considerazione della sua fedina penale immacolata.“Pensare - continua Gorlani - che nella prima fase del procedimento era stato accusato di traffico internazionale, di spaccio e di induzione al consumo di stupefacenti. Era chiaro a tutti che l’accusa fosse ridicola: Flavio è un manager, ha un ottimo stipendio, per nessun motivo al mondo si sarebbe messo a vendere droga. Eppure è stato giudicato colpevole di spaccio: in mancanza di altre prove hanno ipotizzato che le ‘cannè fossero una sorta di pagamento, una remissione debitoria anomala”.Non è un novello Josef K., Sidagni, ma poco ci manca. Ha provato a spiegare in aula che le sostanze trovate erano per esclusivo uso personale, circostanza che i suoi ospiti hanno confermato. Una grave ingenuità, non certo la condotta di un mercante di droga. Qualcuno parla di vendette trasversali delle autorità kazake in lite con l’Eni, ma senza prove.Centocinquanta tra colleghi italiani e kazaki hanno raccolto le firme in suo favore, l’azienda gli è stata vicino e non lo ha licenziato, per ora il suo rapporto di lavoro è solo sospeso. Niente da fare, però. Da aprile in poi, Sidagni non ha più visto la luce del sole. Ora è rinchiuso nel carcere comune di Atyrau, dove uno dei degli otto compagni di camerata sconta una pena di quattro anni senza isolamento. Per omicidio.“Fino a poche settimane fa - racconta Gorlani - divideva la cella con due tossicodipendenti, che riuscivano a farsi arrivare le dosi e si bucavano sotto le unghie dei piedi, o nell’inguine. Era terrorizzato: avessero mai perquisito lo stanzino, chissà di cosa lo avrebbero accusato. È disperato e sa che, prima del pronunciamento ultimo della corte Suprema tra qualche mese, verrà trasferito nel carcere di massima sicurezza di Semey. Un posto terribile, lontano da tutto, praticamente inaccessibile. Addio telefono e contatti col mondo, moglie compresa. Ci ha detto che se lo manderanno là, non sopravvivrà”.Per ora Sidagni si arrangia: grazie al denaro, quasi un passepartout in un Paese acerbo come il Kazakistan dell’onnipotente Nursultan Nazarbayev. Riesce anche a comunicare con l’esterno via telefono, un cellulare rimediato alla meglio. Ma lo hanno già malmenato in più di un’occasione, detenuti e secondini.E recentemente solo l’intervento di emissari dell’Eni gli ha permesso di recuperare i farmaci per l’ipertensione che gli erano stati sottratti, mentre le cure per una patologia neoplastica al collo, benché benigna, quelle non sono mai iniziate: era in procinto di tornare in patria per l’intervento ma la nube prodotta dall’eruzione del vulcano islandese Eyjafjal-Lajokull fece sospendere i voli. Pochi giorni dopo, l’arresto.La sua ultima speranza è una riga sull’agenda del ministro degli Esteri Franco Frattini, in missione per conto dell’Italia il 2 dicembre al vertice dell’Osce in programma ad Astana. E la lettera che l’avvocato milanese Carlo Delle Piane sta preparando per chiedere alla Farnesina di prendere una posizione ufficiale. Poi, se non si muoverà niente, potrebbe anche finire i suoi giorni come un cane. Proprio come Josef K.

1 commento:

Anonimo ha detto...

un ulteriore indignazione....
un'altra famiglia rovinata...
emanuela