5 dicembre 2010

Argentina: l’odissea di Marcelo Boria accusato di omicidio, appello per italiano in cella

da http://www.ristretti.org/ Edizione di domenica 5 dicembre 2010
http://www.ristretti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4531:argentina-lodissea-di-marcelo-boria-accusato-di-omicidio-appello-per-italiano-in-cella&catid=16:notizie-2010&Itemid=1
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 5 dicembre 2010
Siamo disperati. Per anni abbiamo avuto fiducia nella giustizia e abbiamo aspettato con pazienza. Mio fratello Marcelo, però, è allo stremo. L’hanno picchiato di nuovo...”. La voce di Maria Iole Doria si interrompe. Poi, riprende, quasi sussurrando: “È un incubo, un incubo...”.
Da 1.862 giorni, Marcelo Doria - 34 anni, residente nella Repubblica del Piata ma cittadino italiano - è murato in una cella argentina. Qui dovrà trascorrere il resto dell’esistenza, in base alla sentenza emessa contro di lui un anno fa, dopo quattro anni di estenuante carcerazione preventiva, a meno che il processo d’appello non annulli la condanna per omicidio. E scagioni Marcelo da un’accusa infamante: quello di aver massacrato a botte, il 22 ottobre 2005, Luis Francisco Alippi, alias “Gin”, un taxista 47enne malato di cancro. Implicato - sostengono fonti locali - in affari “poco puliti”. Dietro il gesto brutale, ci sarebbe - sostengono le autorità - un regolamento di conti.
Ad “incastrare” Marcelo è la testimonianza di Jorge Raul Ledesma, un contadino con problemi psichici che ha raccontato di essere stato assoldato per collaborare al delitto. Doria, da cinque anni, si proclama innocente. E la famiglia gli crede. “Non è solo questione di affetto. Questo caso è pieno di punti quanto meno dubbi. Noi sappiamo il vero motivo per cui Marcelo si trova in carcere: perché si è rifiutato di pagare il “pizzo” alla polizia. Gli avevano detto che si sarebbero vendicati. E, così, hanno imbastito questa montatura”, ribatte con forza Maria Iole. Una verità sconvolgente, se dimostrata. “Non possiamo ancora provarlo. Però basta elencare una per una le “stranezze” della vicenda. In modo che ognuno tragga le sue conclusioni”.
Per prima cosa, le richieste di “tangenti”. In questo senso, raccontano i familiari, il caso Doria comincia ben prima, nel 1994, quando Marcelo - figlio di Dante, un immigrato italiano di Chioggia, e dell’argentina Maria Elba Villalba - allora diciottenne, decide di aprire un’officina meccanica nella città in cui risiede da sempre (anche se è nato in Italia): Paso de los Libres, nella provincia di Corrientes.
È una località di 44mila abitanti lungo il confine con il Brasile. Proprio per Paso de los Libres passa la Ruta Internacional che porta al lato brasiliano. Da sempre, un punto strategico. E permeabile. Durante la dittatura, da qui fuggivano molti dissidenti ricercati dai militari. Sempre da qui, inoltre, i contrabbandieri fanno “filtrare” le loro merci nel Paese confinante.
A cinque minuti dalla Ruta, Marcelo mette su il suo garage. L’attività decolla. E, insieme ai clienti, arrivano le estorsioni. “Sono cominciate nel 2004. È accaduto varie volte. Io ero presente perché lavoravo là - racconta Dante, uno dei 7 fratelli di Marcello. Gli agenti entravano e dicevano a Marcelo doveva pagare per “stare tranquillo”. C’erano molti furti nella zona, aggiungevano”.
Doria rifiuta. E l’officina viene saccheggiata. “A volte si presentavano e facevano ispezioni senza mandato. Marcelo aveva paura”. Tra i clienti del garage c’è anche Alippi. Chiede, qualche mese prima dell’omicidio, a Doria un prestito di 7mila pe-sos (circa 2mila euro). Questo sarebbe il movente del delitto. “Ma Alippi aveva restituito tutto. Mia madre ha ancora le ricevute”, racconta Maria Iole. “Gin” viene ucciso la sera del 22 ottobre. “Marcelo a quell’ora si trovava a cena con la moglie, la suocera e due amiche di questa.
Le signore sono anche andate in commissariato a testimoniare. Poi le hanno minacciate e hanno ritrattato. Che vuole, sono anziane...”. Marcelo Doria viene arrestato il 28 ottobre. “Gli hanno detto il motivo tre giorni dopo. E gli agenti gli hanno chiesto di firmare la confessione. Tanto - gli hanno detto - ti facciamo condannare lo stesso”. La principale prova è stata la testimonianza di Ledesma. “Che, però, parlava di “un certo Marcelo” di cui non sapeva il cognome. La polizia gli ha mostrato una foto e lui ha detto sì. Questa pratica è vietata dalla legge argentina. Oltretutto Ledesma e Marcelo non si vedevano da dieci anni”.
Doria, però, è stato condannato. Per arrivare alla sentenza ci sono voluti 4 anni. Che il giovane ha trascorso sempre dietro le sbarre. In violazione alla norma che fissa un massimo di 2 anni per il carcere preventivo. In questo periodo - racconta la famiglia -”hanno cercato due volte di ucciderlo, lo hanno picchiato, umiliato”. Dopo l’ultima denuncia di pestaggio, il viceconsole italiano Domingo Brianti è andato a trovarlo. La famiglia vorrebbe che il caso fosse trasferito nel nostro Paese. Ma l’estradizione, può essere richiesta solo dopo la condanna in appello. L’Ambasciata argentina di Roma si è detta interessata alla vicenda ma non può intervenire “a meno che la famiglia non faccia denuncia esplicita alla Secreteria de Derechos Humanos, un ente apposito del ministero degli Affari Esteri”, spiega il diplomatico Eduardo Varela. “Faremo anche questo - conclude Maria Iole -. Qualunque cosa pur di tirar fuori Marcelo da questo inferno...”.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Cosa possiamo fare?

nel nostro piccolo..

una preghiera...diffondere la notizia...sperare nella giustizia...

purtroppo continuare comunque a credere che ancora nel 2010 l'Italia non è all'altezza di difendere i propri cittadini...

Anonimo ha detto...

non ho firmato, scusate
emanuela