21 maggio 2010

Caso Claps, e la Chiesa Lucana

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Zotta Rocco NAPOLI - E' difficile credere che il vecchio parroco della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, deceduto due anni fa, non sapesse che il corpo di Elisa giaceva nel sottotetto: lo dice in una lettera inviata al Papa il legale della famiglia Claps Giuliana Scarpetta.
«Elisa è stata uccisa ed il suo corpo occultato per diciassette anni in quella chiesa – scrive nella lettera affidata all’ANSA – già mi risulta difficile credere che il parroco don Mimì Sabia, deceduto due anni fa, non fosse a conoscenza di alcunché, per la semplice ragione che mi risulta difficile che qualcuno possa uccidere in casa altrui, e lasciare il cadavere in casa altrui, senza che il padrone di casa ne venga a conoscenza, seppure quel qualcuno all’epoca era assiduo frequentatore della chiesa e dunque il parroco».
«Altresì mi risulta difficile – continua – credere che nessuno dei frequentatori della chiesa fosse a conoscenza di nulla, atteso che il sottotetto è sempre stato frequentato dai ragazzi della Parrocchia e del centro Newman, circolo costituito all’interno della chiesa della Santissima Trinità, della quale usufruiva di alcuni locali».
«La prova che molti sapevano risulta dalla circostanza – conclude il legale – che alcuni anni fa, all’interno de bagno di un bar sito nei pressi della chiesa, qualcuno scrisse sul muro "Elisa è nella Chiesa della Trinità"».
LEGALE AL PAPA: NON PLAUSIBILE VERSIONE VESCOVO
Non è "plausibile" la versione dei fatti ricostruita dal vescovo di Potenza sul ritrovamento del cadavere di Elsia Claps, nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza: lo afferma l’avvocato della famiglia Claps Giuliana Scarpetta, in una lettera inviata al Papa e affidata all’ANSA.
L'avvocato fa il punto su quanto emerso dalla indagini sul ritrovamento del cadavere, due mesi prima della data in cui si è venuto a sapere, e ne informa il Papa, attaccando la chiesa potentina: «La cosa più sconvolgente è che gli inquirenti hanno appurato che Elisa non è stata rinvenuta il 17 marzo 2010, ma già a gennaio il vice parroco don Wagno, subentrato al defunto don Mimì, avrebbe scoperto il corpo, l’avrebbe comunicato telefonicamente al vescovo di Potenza in quel momento fuori sede, che a sua volta non avrebbe, a suo dire, capito la comunicazione a causa dello stentato italiano con cui si esprime don Wagno, di nazionalità cubana, quest’ultimo successivamente avrebbe a suo dire dimenticato l’accaduto».
«L'orrendo sacrilego crimine compiuto nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza – si legge ancora nella lettera al Papa – ha smosso le coscienze di tutto il mondo, ma a bene vedere non quello dei parroci della chiesa medesima, che continuano a mistificare la verità anche sul ritrovamento dei poveri resti di Elisa». «Allo stato non sono minimamente credibili – aggiunge – non è credibile il vescovo, che sostiene di aver capito che don Wagno aveva rinvenuto nella chiesa un ucraino, nel mentre egli aveva riferito di un cranio. Non è credibile don Wagno, quando sostiene che successivamente aveva poi dimenticato di aver visto un cadavere nel sottotetto. Le stesse giustificazioni hanno dell’incredibile, non sono plausibili».
ORE 17:50 - I LEGALI: LA SVOLTA CONTRO RESTIVO PER UNA FOTO
Prima la foto rintracciata da 'Chi l'ha Visto?' in cui Danilo Restivo viene ritratto puntarsi un coltello alla gola, quindi l'istanza di revisione del processo condotto ai danni di Omar Benguit - condannato per l'omicidio della studentessa sudcoreana Jong-ok Shin (Oki) - avanzata dal suo legale Giovanni Di Stefano. Queste sembrano essere le circostanze che hanno portato ieri al fermo del 38enne potentino residente nella cittadina britannica di Bournemouth. D'altra parte Di Stefano non usa mezzi termini: "Alla Procura inglese ho detto: o vi muovete voi, o ci muoviamo noi". E qualcosa si è mosso per davvero. "Il punto di svolta - racconta all'ANSA l'avvocato dello Studio Legale Internazionale - è stata la foto rintracciata da 'Chi l'ha Visto?'. Già questa è una prova ben più sostanziale di quelle mosse a carico del mio cliente. Che da otto anni è in carcere per un crimine che non ha commesso. Ecco allora che, oltre all'istanza di revisione del processo consegnata presso la Criminal Cases Review Commission, abbiamo scritto alla Procura di Bournemouth chiedendo di avviare un procedimento ai danni di Danilo Restivo. La situazione è semplice: o si muovevano loro, o ci saremmo mossi noi, rivolgendoci direttamente ai magistrati". Di Stefano, d'altro canto, ha già formalmente indicato Restivo come il responsabile dell'omicidio di Oki. "La legge britannica - spiega - me lo consente". Danilo, però, è stato fermato in connessione al caso Barnett. "Evidentemente gli inquirenti hanno elementi più forti a suo carico in relazione a questa vicenda". E poi, almeno dal punto di vista processuale, un colpevole per l'assassinio di Oki c'é già. I due casi, ad ogni modo, paiono iniziare a intrecciarsi anche dal punto di vista delle indagini formali. La polizia britannica, dal canto suo, continua a mantenere il più stretto riserbo.
20 Maggio 2010
www.lagazzettadelmezzogiorno.it

2 commenti:

Anonimo ha detto...

in galera tutti in galera

Giovanni Falcone ha detto...

Sei troppo buono, certe persone, anzi certi esseri meriterebbero ben altro. Ma fino a che si nascondono sotto il manto di Santa Madre Chiesa, quella Giusta, la faranno sempre franca, per non gettare fango sulla parte buona.