18 agosto 2009

Frattini: dare priorità ai diritti degli uomini

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Articolo scritto dal titolare della Farnesina sui diritti umani in Birmania
17.08.2009 12:08:55
Roma - Qui di seguito riportiamo un articolo scritto dal Ministro per gli Affari esteri, Franco Frattini, per il quotidiano Il Tempo il 15 agosto scorso sui diritti umani ed i rapproti internazionali dopo gli ultimi accadimenti in Birmania dove il Premio Nobel, Aung San Suu Kyi è stata condannata ad ulteriori 18 mesi di reclusione.
Uno dei temi portanti su cui si gioca la credibilità della comunità internazionale è il rapporto tra due principi che sembrano entrare talvolta in conflitto. Da una parte, la sovranità degli stati, con il correlato principio di non ingerenza; dall'altro, i diritti umani fondamentali, che hanno assunto un valore transnazionale, oltre i confini degli stati. In qualche modo, sembra quindi determinarsi una contraddizione tra due documenti "fondanti" per l'ordine mondiale: vale a dire, la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Una contraddizione riemersa prepotentemente in questi giorni, a proposito della condanna di Aung San Suu Kyi. La questione birmana e la vicenda di Aung San Suu Kyi sono state inoltre oggetto di discussione negli ultimi Consigli Affari Generali e Relazioni Esterne (18 maggio e 15 giugno). E proprio al termine della sessione di maggio il Consiglio ha emesso delle Conclusioni nelle quali, oltre a reiterare la richiesta di liberazione per il Premio Nobel e per tutti i detenuti politici, si preannunciava la possibilità della revisione delle misure sanzionatone nei confronti del Myanmar. La discussione riguardo i possibili passi da intraprendere nei confronti della Giunta birmana è continuata nel Consiglio di giugno, dove si è concordato di mettere allo studio nuove e mirate sanzioni nei confronti della Giunta birmana in caso di condanna del Premio Nobel Aung San Suu Kyi.
Ora gli avvenimenti di questi giorni somigliano a un irritante e insopportabile "punto e a capo", come se niente fosse accaduto. E questo dialogo tra sordi ripropone la contraddizione e la "difficile armonia" che ho richiamato all'inizio. Ma si tratta di una contraddizione solo apparente. Basti pensare, tra tutti, proprio a questo caso del regime militare in Birmania. Se c'è una convinzione che è ormai maturata nella coscienza internazionale, è che la sovranità statale non è più un fatto assoluto. In primo luogo, perché essa deve ormai fare i conti con una governance globale che esige precisi comportamenti dagli stati. In secondo luogo, perché i governi non sono più attori esclusivi. Basti pensare alle organizzazioni internazionali, alle associazioni transnazionali della società civile, agli organismi ed autorità spirituali, oltre ovviamente alle grandi corporation economiche a vocazione globale. Ma soprattutto l'assolutezza e l'esclusività della sovranità statale è messa in discussione da un altro grande principio che si è venuto affermando in campo internazionale, e cioè la "responsabilità di proteggere".
È un principio molto semplice ma anche molto incisivo. In parole povere, significa che la sovranità statale ha una ragion d'essere nel dovere delle autorità di governo di proteggere i loro cittadini. Quando, invece della protezione, un governo esercita la minaccia o l'oppressione verso il popolo che dovrebbe in teoria difendere da pericoli interni ed esterni, allora l'esclusività della sovranità viene meno, ed è la comunità internazionale che deve svolgere una funzione supplente di protezione, di difesa, di salvaguardia. La sovranità ha una natura funzionale, e se non assolve più ai compiti per i quali è costituita essa perde ogni credenziale politica, soprattutto in campo internazionale. Ma sappiamo bene come sia difficile far valere la "responsabilità di proteggere" all'interno di un organismo complesso come le Nazioni Unite, e in particolare in Consiglio di Sicurezza. Spesso occorre trovare uno spazio di manovra tra la minaccia del veto da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e la tentazione delle maggiori potenze di "fare da sole". Ed è in questo stretto margine che si inserisce un corollario fondamentale della "responsabilità di proteggere", e cioè il "dovere di prevenire". Nel caso del genocidio, ad esempio, è evidente che è assai più importante ed efficace la diplomazia preventiva rispetto all'intervento internazionale (se e quando si riesca a deciderlo!). Con questa convinzione l'Italia si è espressa con decisione, ad esempio, nel corso del recente dibattito alle Nazioni Unite proprio sul tema della responsabilità di proteggere.
Ma occorre spingersi anche più in là della semplice constatazione della complessità di un tema che è eminentemente politico prima ancora che giuridico e procedurale. Occorre cioè chiedersi se oggi il postulato di un rapporto di mutua implicazione "automatica" tra democrazia e diritti non debba essere aggiornato. In primo luogo, perché assistiamo al sorgere di democrazie "elettorali" che in realtà sono presunte democrazie, perché fondamentalmente illiberali. Non vi può essere vera democrazia senza diritti umani. Di converso, non vi può essere alla lunga rispetto dei diritti umani senza democrazia, come si è preteso in alcune "democradure" asiatiche e nel mondo arabo. Il campo dei diritti umani non è perciò una "specializzazione" secondaria della politica internazionale o una nicchia per esperti di diritto internazionale. Si tratta al contrario di una questione che è divenuta cruciale - questione che è divenuta cruciale per l'ordine internazionale, per la stabilità e la pace. E la comunità internazionale deve sapersi dare nuove regole e un nuovo "codice di condotta" che ponga la dignità umana tra le grandi questioni strategiche del XXI secolo, almeno in termini analoghi a quello del disarmo nucleare. Ma non possiamo fare da soli e dobbiamo lavorare e lavorare a diffondere questa consapevolezza e questa cultura, sollecitando positivamente anche l'orgoglio dei nuovi giocatori della politica internazionale. Proporre loro la strada coraggiosa di divenire agli occhi del mondo sempre più amici dei diritti e aiutare l'Onu a una grande importante svolta politica.
Del resto le espressioni di "seria preoccupazione" per la sentenza emessa contro la leader dell'opposizione birmana e per "il suo impatto politico" -espressioni contenute nella dichiarazione stampa del Consiglio di Sicurezza dell'Onu- sembrano alimentare nuove speranze e quasi inaugurare una nuova stagione. Anche perché il Consiglio sottolinea e rammenta l'importanza della liberazione di "tutti i prigionieri politici".
News ITALIA PRESS

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