18 marzo 2009

Fuga di mezzanotte in India: quando la realtà supera la fantasia

Ragazzi, stamani ad un'amico, conduttore di www.bierredue.it Filippo d'Agostino, ho detto che dopo gli ultimi avvenimenti incomincio ad intravvedere una tenua luce alla fine del tunnel, speriamo, poco fa su Google ho trovato l'articolo che di seguito pubblico:


da UNITA' Esteri 17.3.2009
http://www.unita.it/news/82925/fuga_di_mezzanotte_in_india_quando_la_realt_supera_la_fantasia
Fuga di mezzanotte in India: quando la realtà supera la fantasia
di m.p.
Dormivano. Sognavano. Protetti dalle montagne, dal rumore degli animali, dalla dolcezza di un angolo incontaminato. Gli zaini nell’angolo, le pareti di un blu accecante, qualche scritta sui muri. Un paio di sciarpe appoggiate nell’angolo. Si svegliarono di soprassalto, interrompendo la giovinezza al rumore sordo dei calci sulla porta. Gli ordini urlati in una lingua di cui nulla sapevano. Gli agenti fecero irruzione e li arrestarono. Due ragazzi italiani. Detenuti in India da più di due anni. Una storia più fumosa delle accuse. Stupefacente. Spaventosa. Simone Nobili e Angelo Falcone, diciotto presunti chili di hascisc nelle valigie e un’acclarata voglia di considerare gli ultimi 24 mesi un incubo. Il 9 marzo 2007, a Mandi, nella regione himalayana, Nobili e Falcone vennero fermati dalle guardie locali, tradotti in carcere e accusati di detenere a fini di spaccio un’enorme quantità di droga leggera. Dalla modesta pensione in cui alloggiavano, furono trasferiti tra le finestre con le sbarre del penitenziario di Nahan, un paesone alle pendici della catena montuosa, costretti a firmare un foglio (in lingua hindi) in cui sostenevano di essere stati intercettati mentre a bordo di un taxi, alla volta dell’areoporto, nascondevano decine di panetti in due distinti borsoni.


Volevano soldi gli agenti, 20mila euro. Accade spesso e difendersi è complicato. I ragazzi hanno rischiato vent’anni, sono stati condannati a dieci,in primo grado, lo scorso 22 agosto. L’accusa ha chiesto un incremento di pena, una data per l’appello, ad oggi, non è stata ancora fissata. In condizioni non dissimili, “albergano” nel girone dei dannati, quasi tremila nostri connazionali. Dimenticati, senza l’ausilio economico dello stato d’origine o di uno straccio di accordo bilaterale. Alle prese con la cecità delle legislazioni, con l’indifferenza generale, col dramma dei parenti, precipitati in un evento ingestibile. Oltre gli imponenti cancelli in ferro battuto, tra un ritratto del Mahatma Gandhi e un altro di Jawaharlal Nehru, Nahan ospita quasi trecento detenuti. In condizioni igieniche degradanti. Riso e lenticchie, lenticchie e riso. L’acqua per bere e per lavarsi, al centro del cortile. Al freddo. Originario della Lucania, Falcone viveva a Bobbio. Faceva il cuoco.


L’India era il primo viaggio intercontinentale della sua vita. Ma Bellocchio è lontano e “ I pugni in tasca”, Angelo li tiene per non picchiare sul muro la propria disperazione. Si è ammalato, ha preso l’epatite in forma violenta, per mesi non si è mosso, i menischi atrofizzati. Adesso va meglio. Divide un letto a castello col compagno di sventura. Si fanno forza a vicenda. I contatti con l’esterno, nelle prigioni dell'Himachal Pradesh sono vietati. Solo lettere o fax quando, non accade sempre, arrivano a destinazione. La luce è lontana, basta non perderla di vista.


Dietro a ogni figlio c’è un padre. Quello di Angelo si chiama Giovanni. Giovanni Falcone. Come l’omonimo, il Falcone della provincia materana, ha dedicato l’esistenza allo stato. In divisa, con la benemerita, inverno dopo inverno. Giovanni Falcone ha mosso le acque. Aperto un blog (giovannifalcone.blogspot.com), fatto immersione in un mondo tecnologico che mai era stato il suo. L’ha fatto per suo figlio. Imbarcandosi per l’India, bussando ai palazzi della politica, gridando la propria rabbia. Inscenando uno sciopero della fame. L’inganno alla base dell’arresto del primogenito gli ha dato nuovo vigore. Ieri Falcone è stato a Roma, ricevuto alla Farnesina da Enzo Scotti e Mantica. Gli hanno promesso di fare qualcosa.


Dopo due anni, qualcosa si muove. «Ora mi sento più sollevato. Invierò al Ministero la documentazione completa: chiedo giustizia e che sia ripristinata legalità». I ragazzi sognano il ritorno. Non sanno cosa ci sia oltre la siepe ma conoscono il buio. Niente, adesso, può fargli paura. Neanche l’attesa. Un giorno si abbracceranno, il sole alle spalle, la vita davanti. Da non sprecare. Mai più.
17 marzo 2009

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