1 ottobre 2008

Nel nome del figlio

Da LA STAMPA 1 ottobre 2008 home page finestra "angolo dei giornalisti" Pablo Trincia

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Il dramma di Giovanni Falcone
Qualche tempo fa stavo sfogliando il giornale quando, in un trafiletto, ho trovato una notizia che mi ha colpito: quella di Angelo Falcone, un ventisettenne della provincia di Matera, rinchiuso da oltre un anno in carcere indiano con l’accusa di traffico di droga. Il giovane era stato arrestato nell’Himachal Pradesh nel marzo del 2007, e una corte indiana gli ha da poco inflitto la condanna in primo grado: 10 anni di reclusione. Una vita, per giunta in una terra straniera, a migliaia di chilometri da casa. Per le autorità locali, l’italiano era in possesso di 18 kg di hashish, che lui nega di aver mai avuto. Angelo Falcone non è il primo italiano a finire nei guai all’estero per questioni simili. Molti ricorderanno anche il caso clamoroso di Luca Zanotti, estradato in Grecia pochi giorni fa per affrontare un processo per i pochi grammi di fumo che gli erano stati trovati addosso. Secondo le statistiche, a quasi tremila nostri connazionali – dal Sudamerica all’Asia – è toccata una sorte simile, anche se non sempre si tratta di problemi di droga. Quello che preoccupa è che se ne parli troppo di rado. Dopo aver letto la storia di Angelo ho chiamato il padre, Giovanni Falcone, che sta conducendo una battaglia per riportare il figlio in Italia (questo è il suo blog: http://giovannifalcone.blogspot.com). Giovanni mi ha raccontato il suo dramma di genitore. Ormai ci sentiamo quasi tutti i giorni. Ex brigadiere dei carabinieri in pensione, divorziato, questo signore ha perso il sonno. C’è da capirlo. Dal 9 marzo 2007 ha visto il figlio solo una volta, parlandoci al telefono di tanto in tanto. Ma da un mese Angelo è stato trasferito in un nuovo carcere, a Nahan, non lontano da Chandigarh, e non glielo passano nemmeno più al telefono. Ho chiamato il carcere per vedere se riuscivo a fare qualcosa. L'ufficiale che ha risposto parlava solo l’hindi, che i signori Falcone non conoscono. La risposta è stata lapidaria: - “Non possiamo passarglielo”. - “Guardi che i genitori non lo sentono da settimane”. - “Lo so, capisco sia difficile, ma ci sono procedure burocratiche e ai detenuti non è concesso fare telefonate, né riceverne”. Eppure mamma e papà Falcone hanno urgenza di parlare con Angelo, e non solo per sentire la sua voce: il 23 ottobre scadono i termini per la richiesta del processo d’appello, dopodichè la sentenza sarà inappellabile. Parlare con Angelo per coordinare la difesa è una questione vitale, un diritto che le autorità indiane stanno negando al ragazzo. Giorni fa, Giovanni era stato contattato da un presunto avvocato indiano che chiedeva una cifra fantasmagorica, promettendo di fargli uscire il figlio di prigione entro breve. Ha appena scoperto (per fortuna in tempo), che si trattava di un truffatore. Ma le lancette volano e il 23 ottobre non è poi così lontano. Giovanni Falcone non sa a chi rivolgersi, e continua a ricevere strane richieste di soldi via fax e telefono da personaggi loschi che si spacciano per avvocati e che tuttavia riescono a entrare nel carcere per incontrare il figlio.Nel frattempo, questo padre sventurato si sente abbandonato dallo Stato. Ha appena saputo che non c’è un trattato di estradizione tra Italia e India e non ci si può affidare alla convenzione di Strasburgo, perché l’India non l’ha firmata. Qualcuno si chiederà: E’ davvero colpevole, Angelo Falcone? Oppure si trovava nel luogo sbagliato al momento sbagliato? Domande legittime, che tuttavia – almeno per ora – ci interessano poco. Quello che ci deve interessare è che oggi esistano simili falle nella legislazione internazionale. Che si faccia poco o nulla a riguardo. Che a pagarne le conseguenze siano un padre e una madre. Che un ragazzo di 27 anni rischi di passare 10 anni in un carcere indiano perché non è riuscito a fare una telefonata. pablo_trincia@yahoo.co.uk
commenti (5) scrivi
29/9/2008

1 commento:

MattBeck ha detto...

Gran bell'articolo.

Un abbraccio,

Matteo