5 febbraio 2008

www.ristretti.it - Rassegna stampa del 4 febbraio 2008

LA STORIA SI RIPETE: cambia il posto, il reato ma il trattamento e l'intervento delle Istituzioni Italiane no, disinteresse, non urtare la suscettibilità. Giovanni Falcone
Thailandia: italiana detenuta 4 mesi senza capire il perché
di Roberto Scarcella
Secolo XIX, 4 febbraio 2008
Quattro mesi di inferno, trascorsi tra una cella malsana e i locali maleodoranti di un centro per immigrati, a Bangkok, senza sapere con esattezza perché. O meglio, ipotizzando un motivo - l’essere in possesso di un passaporto considerato falso - che pareva sproporzionato rispetto al trattamento inflittole dalle autorità tailandesi.
E, infatti, solo al rientro in città, Giovanna Casadei, 37 anni, genovese, impiegata in un canile, scoprirà che la motivazione del suo arresto e della successiva permanenza forzata a Bangkok era un’altra: la donna era accusata di aver rubato alcuni souvenir che, chissà come, si era ritrovata accanto, in un sacchetto, sui sedili dell’aeroporto.
Ma nessuno era stato in grado di farle capire esattamente quale fosse l’imputazione a suo carico. Così, senza neppure la possibilità di abbozzare una minima difesa, era stata gettata in prigione. Con 760 detenute, perlopiù asiatiche, che prima la chiamavano Joanna, all’inglese, poi semplicemente Italy.
Dopo un mese e mezzo passato in un carcere thailandese e un mese di domiciliari in una guest house per detenuti in attesa di giudizio, Giovanna ha passato un altro mese nei putridi locali del centro immigrazione thailandese in attesa di un biglietto aereo per l’Italia e un foglio di via che sembravano non arrivare mai. L’incubo ha inizio il 26 agosto dello scorso anno: Giovanna sonnecchia su una poltroncina dell’aeroporto di Bangkok in compagnia dell’amico Massimiliano. I due, partiti dall’Italia a fine luglio, erano in giro nel sud-est asiatico da ormai un mese: rientravano da una serie di escursioni in Cambogia e Vietnam.
E Bangkok avrebbe dovuto essere una semplice tappa di poche ore in attesa di salire sull’aereo per l’Europa. Ma sotto quelle poltroncine giaceva un sacco incustodito: al suo interno oggetti di poco conto, classici souvenir da aeroporto non pagati. Ancora oggi, a distanza di cinque mesi non si sa bene chi li abbia presi. Giovanna, convinta di essere stata fermata per un passaporto falso, afferma di aver saputo la verità soltanto rientrata in Italia.
Il terminal era pieno di gente, ma la più vicina a quel sacco era lei, che condotta in un posto di polizia è stata interrogata in lingua thai (senza che lei capisse mezza parola), segregata per due giorni in una stanza dell’aeroporto e poi trasportata con un pick-up nel carcere di Klong Dan a Samut Prakan, poco fuori Bangkok.
"Ho passato un mese e mezzo in uno stanzone puzzolente in cui c’erano delle luci al neon accese 24 ore su 24 - racconta Giovanna, ancora visibilmente scossa -. Gli spazi erano talmente angusti che dovevamo dormire una attaccata all’altra". La vita del carcere si rivela dura fin da subito, e Giovanna impiega qualche giorno per capire cosa fare, con chi parlare per migliorare la propria situazione. Innanzitutto viene ricevuta da "Big Boss", l’uomo che all’interno della prigione sembra potere tutto: "Avrà avuto una cinquantina d’anni, grosso e grasso, con i vestiti sempre perfettamente stirati e un codazzo di "segretarie".
"Davanti a lui le donne devono inginocchiarsi - dice Giovanna - e spiegare le proprie ragioni a mani giunte, come se si fosse in preghiera". Ma Big Boss è solo uno dei tanti personaggi da romanzo che popoleranno le giornate di Giovanna. Tra questi, Jinda, una donna asiatica condannata per spaccio di droga: sarà lei a insegnarle come non farsi più rubare la divisa da carcerata durante la notte: "Con ago e filo ci siamo messe d’impegno e scritto la parola Italy su tutti i miei panni. E di italiana lì c’ero solo io".
Ma i problemi erano altri: la puzza, gli orari stravolti dalle preghiere mattutine, i sotterfugi tra carcerieri e carcerati, i viaggi verso il tribunale, in cui uomini (a torso nudo e ammanettati) e donne venivano caricati insieme su lunghi pick up "che assomigliavano tanto a carri bestiame". Giovanna trova in carcere una rivista di una compagnia aerea con un planisfero. Si addormenterà ogni notte sognando la fuga e un tragitto lungo tutto l’Asia destinazione Genova, Italia.
Il suo Paese, che Giovanna celebra durante una serata danzante in carcere, cantando a squarciagola l’Inno di Mameli. "Comunicare era dura, non avevo nemmeno un vocabolario italiano-thai". Giovanna viene salvata da un avvocato thailandese. Dopo il pagamento di una multa viene scarcerata, ma il peggio si rivelerà il centro immigrazione, dove rimarrà per un mese. "La gente faceva i propri bisogni per terra, c’erano bambini trattati come bestie, donne anziane che venivano picchiate". Il 16 gennaio arriva l’agognato foglio di via.