29 dicembre 2007

Casi irrisolti e guai legali, blogger in cerca di giustizia

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cristina.bassi Venerdì 28 Dicembre 2007 alle 15:27
La petizione, la raccolta di firme porta a porta, il volantinaggio in strada sono la vecchia maniera di chiedere giustizia. Il modo più efficace per raccontare la propria storia e ricevere dimostrazioni di solidarietà, raggiungendo un pubblico molto più vasto, è mettere tutto il materiale su un blog monotematico. Testi, video, foto e rassegne stampa cercano di richiamare l’attenzione su casi aperti. O chiusi nel peggiore dei modi.
“Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio”. Così Patrizia, la madre di Federico Aldrovandi, ha dato inizio il 2 gennaio 2006 al più noto caso di giustizia ottenuta attraverso il web. È stato grazie al blog che porta il nome del ragazzo, diventato in poco tempo uno dei più visitati d’Italia, che le indagini sulla sua morte sono state riaperte. Il 25 settembre 2005 Federico, che aveva 18 anni, rientra all’alba a Ferrara da una serata in un centro sociale di Bologna. Secondo gli agenti che lo fermano per strada, reagisce violentemente perché drogato e viene ammanettato. Ma muore subito dopo. Per un malore, dicono. La madre del ragazzo denuncia un pestaggio da parte della polizia. A gennaio di quest’anno quattro agenti sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Il blog di Federico riporta i resoconti delle indagini e delle udienze, ma è diventato anche il luogo delle riflessioni e delle proposte costruttive di chi conosceva Federico e di chi non lo conosceva.
Il blog degli Amici di Paola vuole essere “un’inchiesta alla ricerca della verità sulla morte di Paola Romano”, oltre che la continuazione del suo impegno nell’adozione a distanza di bambini indiani poveri. La sorella Serena, giornalista, cerca di ricostruire le fasi dell’incidente in cui Paola è morta a 53 anni il 9 agosto 2007. L’aliscafo su cui viaggiava si è schiantato contro la scogliera a Trapani. “La verità”, scrive Serena, “verrà fuori grazie a Internet”. Il nodo è la sicurezza in mare e la domanda è: è stato fatto tutto il possibile per evitare la tragedia?
Gli amici di Alberto Mercuriali invece attaccano il giornalismo e col blog che gli hanno dedicato propongono un’alternativa al sistema dell’informazione esistente. Il ragazzo, 28 anni di Castrocaro Terme, si è ucciso col gas di scarico delle propria auto lo scorso luglio. Qualche giorno prima i giornali locali avevano scritto del ritrovamento da parte dei carabinieri di alcuni grammi di hashish a casa sua. Il blog si occupa tra l’altro del rapporto tra droga, legalità e mezzi di informazione.Anche la segnalazione di persone scomparse sono spesso divulgate online. I genitori di Fabrizio Catalano, 19 anni di Collegno (Torino), sparito da Assisi il 21 luglio 2005, hanno sparso nella Rete manifesti e appelli.
La denuncia e la richiesta di aiuto via web sono il mezzo scelto da chi si ritiene vittima di errori giudiziari. O da chi è detenuto all’estero e si sente dimenticato dalle autorità italiane. Giovanni Falcone racconta in un blog la storia di suo figlio Angelo, in carcere in India per droga dal marzo scorso insieme al suo amico Simone. “Siamo lasciati soli”, dice Giovanni, “non sappiamo più a chi chiedere aiuto”. I detenuti italiani all’estero, non vengono tutelati in nessun modo, spiega ancora. Né diplomaticamente né legalmente. L’impegno è per una raccolta firme a favore dell’istituzione del patrocinio gratuito anche per loro.
Carlo Parlanti, 43 anni di Montecatini, è detenuto in California dal giugno 2003. La sua ex compagna americana lo accusa di averla seviziata e violentata nel periodo in cui vivevano insieme negli Stati Uniti e lui lavorava per una multinazionale. Il blog che descrive i fatti, dal punto di vista delle persone vicine a Parlanti, smonta le imputazioni e riporta elementi a suo favore, ma soprattutto denuncia il silenzio sulla vicenda. L’uomo è stato condannato a 9 anni di carcere.
Le cose sono finite bene invece per Lorenzo Bassano, regista 40enne emiliano finito in cella a Dubai lo scorso marzo per il possesso di 0,78 grammi di hashish. Rischiava almeno quattro anni di reclusione, ma (grazie alla partecipazione di molte persone al blog aperto per aiutarlo, alla raccolta firme del sito col suo nome, e ai politici che si sono mossi per lui a fine maggio), l’emiro del Dubai gli ha concesso la grazia.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Fabio Padovan:
sono il ragazzo con cui ha parlato ieri sera al telefono, le lascio un commento e un augurio per questa vicenda. Metto un post sul mio blog, per aiutarla con l'unico mezzo che ho in mano.

Anonimo ha detto...

http://darkeyes.iobloggo.com

le lascio il link al mio blog, sulla home page ho scritto il sunto, le trascrivo qua l'articolo di Schiavi:

Gentile Schiavi,
scriviamo questa lettera da un carcere indiano nella speranza che qualcuno anche a Milano si interessi al nostro caso e ci aiuti ad uscire da questo incubo. Da più di nove mesi siamo prigionieri in attesa di un processo continuamente rimandato, accusati di traffico di droga con prove inventate. Siamo incensurati, residenti a Bobbio, in provincia di Piacenza e all'inizio del 2007 siamo andati in India per una vacanza. Dopo Nuova Delhi abbiamo visitato Varanasi e Jaipur, poi abbiamo scelto di andare a Mandi, in Himachal Pradesh. Lì abbiamo conosciuto un indiano che ci ha invitato nel suo villaggio, ma la sera del 9 marzo i poliziotti hanno fatto irruzione nella casa che ci ospitava. Non avendo trovato niente ci hanno portati alla stazione di polizia: abbiamo chiesto invano di poter contattare l'ambasciata italiana, e ci è stato detto che soggiornavamo illegalmente in una casa privata. Con la violenza abbiamo dovuto firmare una dichiarazione in hindi; il giorno dopo abbiamo capito che dalla dichiarazione risultava che eravamo stati fermati ad un posto di blocco in auto con due indiani e 18 chili di hashish. Abbiamo chiesto ai poliziotti perchè avevano inventato questa storia e loro ci hanno risposto che non avevano un mandato di perquisizione per la casa. La stessa polizia ci ha chiesto se eravamo disposti a pagare almeno 10 lack ( 20 mila euro) a qualche poliziotto compiacente o se volevamo offrire dei soldi ai due indiani per addossarsi la colpa. Da nove mesi siamo in prigione e abbiamo preso un'epatite virale. Speriamo che l'Italia non ci dimentichi. Angelo Falcone Simone Nobile

--- La risposta di Schiavi -----

Questa lettera scritta a mano arriva da un carcere himalayano, al confine tra India e Pakistan. E' l'appello di due giovani, finiti dentro una storia che ricorda "fuga di mezzanotte". In alcuni paesi le prove a carico si fabbricano, e certe imprudenze hanno un costo pesantissimo: 15 annni di carcere. Ma ci sono diritti umani da tutelare (se ne parla sul sito giovannifalcone.blogspot.com). Speriamo che ualcuno se ne accorga.

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L'ho battuto lettera per lettera.

Fabio Padovan

giovanni.falcone ha detto...

grazie fabio, grazie a tutti voi dei blog, è solo così che riesco ad andare avanti, gli unici aiuti, politici e quant'altro nulla, silenzio assoluto, della povera gente non se ne frega nessuno, batto sempre gli stessi tasti lo so, ma è ora che ci svegliamo che rivendichiamo i nostri diritti, la nostra sovranità, tanto poi e ce ne siamo dimenticati tutti, perchè tutti presi da tante altre stronzate, che quei signori se sono lì è grazie a noi e CE NE DEVONO DARE CONTO. Giovanni Falcone, un padre incazzato