1 luglio 2014

A PROPOSITO DEL NUOVO CASO IN KENIA.....

E’ in carcere in Kenya per trecento euro. La vicenda, dai contorni ancora confusi, riguarda un tatuatore italiano di Senigallia, Stefano Mazzieri, che da un mese circa si trova detenuto a Malindi, con l’accusa di spaccio di moneta falsa. Mazzieri, che è nel paese africano dall’ottobre del 2013, si sarebbe recato in banca con l’equivalente in scellini kenioti di 300 euro, per effettuare un’operazione. Non appena viste le monete, gli operatori bancari del posto hanno chiamato la polizia. Spesso e volentieri, infatti, gli italiani cadono vittima di truffe, nelle quali vengono rifilate loro monete contraffatte. Secondo la difesa il tatuatore italiano potrebbe essere incappato in un raggiro. (questo dall'articolo).


Un altro Italiano finito in una squallida cella di un carcere del Kenia, raggirato, caduto in tranelli di gente ignobile e senza coscienza. Però è così è successo tantissime altre volte e tante altre volte ancora succederà. Il problema adesso è come gestire questa situazione da parte Sua e della famiglia, le Autorità Italiane del posto già si sono espresse " «Il consolato – spiega il suo avvocato, Rita Sisti  - sostiene di avere le mani legate dopo che Mazzieri non si è presentato al processo"
 INNOCENTE, COLPEVOLE? non è questo il punto, il problema che quando succede il cittadino è solo, abbandonato al suo destino, (DURO). QUESTO CAPITA AI 3.000 DESAPARECIDOS NEL MONDO.
Pensate che ogni giorno lo Stato Italiano spende milioni di euro per gli sbarchi di immigrati, solo dall'inizio dell'anno sono stati 65.000, milioni per il controllo del mare dalle forze Armate, senza contare coloro che entrano via terra e con altri mezzi. Per carità quei cittadini non c'entrano nulla, è il metodo, PUO' UN PADRE DARE DA MANGIARE BIMBI ESTRANEI E FAR MORIRE DI FAME I PROPRI FIGLI???? ecco il nesso. perchè è quello che succede. Tutte le Istituzioni, partiti, associazioni si interessano a loro, tranne ai 3.000 cittadini italia, massacrati, vilipesi, torturati sistematicamente, costretti alla fame, costretti a  vivere nel sudiciume totale privi di assistenza Sanitaria e non garantiti nei loro Diritti Civili e Penali. 
L'ASSURDO SAPETE COSA E'??? QUESTE PERSONE IN PATRIA SONO COSTRETTI A PAGARE TUTTE LE TASSE E NON RICEVERE NULLA, SI' PROPRIO COSI' O DURANTE LA DETENZIONE DA PARTE DELLE FAMIGLIE OPPURE AL LORO RIENTRO CON TANTO DI INTERESSI, PER AVERE COSA IN CAMBIO????? IL NULLA ASSOLUTO E TANTI VENGONO ASSASSINATI O MUOIONO DI STENTI NELL'INDIFFERENZA............... GRAZIE ITALIA

Kenya, italiano in carcere da un mese per spaccio di soldi falsi. Il legale: “Raggirato”

da:     http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/27/kenya-italiano-in-carcere-da-un-mese-arrestato-per-300-euro/1042218/

E’ in carcere in Kenya per trecento euro. La vicenda, dai contorni ancora confusi, riguarda un tatuatore italiano di Senigallia, Stefano Mazzieri, che da un mese circa si trova detenuto a Malindi, con l’accusa di spaccio di moneta falsa. Mazzieri, che è nel paese africano dall’ottobre del 2013, si sarebbe recato in banca con l’equivalente in scellini kenioti di 300 euro, per effettuare un’operazione. Non appena viste le monete, gli operatori bancari del posto hanno chiamato la polizia. Spesso e volentieri, infatti, gli italiani cadono vittima di truffe, nelle quali vengono rifilate loro monete contraffatte. Secondo la difesa il tatuatore italiano potrebbe essere incappato in un raggiro.
In un primo tempo l’uomo è stato incarcerato, ma poi rilasciato in vista del processo. La strada più semplice sarebbe stata di contattare un avvocato del posto e, previo pagamento di un’ammenda avrebbe ottenuto la libertà, grazie anche a un cittadino locale, che come spesso accade, avrebbe garantito per lui dietro compenso. La cosa però non ha funzionato dal momento che Mazzieri ha dato la cifra richiesta a un garante locale, contattato tramite un avvocato di Malindi, ma questi si sarebbe dileguati con i soldi. Stefano a questo punto, spaventato, non si è presentato alla prima udienza del processo, fissata per il 26 maggio, aggravando la propria posizione. La polizia lo ha quindi arrestato.
«Il consolato – spiega il suo avvocato, Rita Sisti  - sostiene di avere le mani legate dopo che Mazzieri non si è presentato al processo e sta cercando di fare quello che può. Intanto siamo riusciti a trovare un avvocato affidabile a Malindi che sta seguendo la causa. Prima, non sappiamo come, Stefano aveva a disposizione una connessione internet, ma ora abbiamo sue notizie soltanto dall’avvocato locale». E decisamente le informazioni non sono buone dal momento che il ragazzo, non solo è dimagrito e denutrito, ma ha anche sofferto di un’infezione al piede. «L’udienza intanto – continua Sisti – è stata fissata per il 2 settembre e noi stiamo raccogliendo con una sottoscrizione pubblica i fondi, grazie ai quali il processo potrebbe essere evitato. In tutto servono 5.800 euro,comprensivi della cifra da rimborsare alla banca, della parcella dell’avvocato e per far fronte a un’eventuale ammenda. Per questa causa l’udienza di settembre è un appuntamento cruciale, anche perchè se Stefano non dovesse essere assolto, o non riuscisse a pagare la multa, finirebbe diretto in carcere».
La strada più semplice, secondo fonti locali, sembra quella del patteggiamento, con possibilità di pagare una sanzione, ma al momento il ragazzo non ha disponibilità di denaro, anche perché quel poco che aveva con sé è finito nelle tasche del primo falso garante. Come molti italiani della sua età Mazzieri si è trovato a 45 anni senza un lavoro. Dopo aver gestito un centro abbronzatura a Senigallia, l’uomo è tornato alla sua vecchia professione, cioè quella del tatuatore. Dopo la morte dei genitori e la separazione dalla moglie, vedendo che con il centro abbronzatura le cose non andavano bene, ha tentato l’avventura all’estero. L’idea era quella di impiegare i propri risparmi in un’attività in Kenya con dei soci locali. L’arresto però di fatto ha messo fine ai sogni del marchigiano, che oggi spera soltanto di uscire dal carcere di Malindi, grazie al sostegno dei propri amici e dell’associazione Prigionieri del Silenzio, che segue il caso con l’avvocato Francesca Carnicelli, e di tornare a casa.

4 giugno 2014

VITO TRAVERSA, SCOMPARSO IN COLOMBIA DA 1 ANNO E MEZZO......



era da 2 gg. che un ragazzo di nome Simone mi ha contattato telefonicamente e oggi finalmente sono riuscito a sentirlo. Si chiama Simone, mi ha trovato con una ricerca in Internet, lui si sta interessando della scomparsa del padre, Vito, avvenuta circa 1 anno e mezzo fà. Era partito per la Colombia l 10 febbraio 2013 per motivi di lavoro, aveva avuto una richiesta e siccome in Italia si batte la fiacca decideva di partire per questa avventura, pur di lavorare. Ma di Lui si sono perse le tracce. L'ultimo contatto di Simone col padre è avvenuto il 25 aprile 2013 alle ore 15,00, poi più nulla. Simone con la famiglia hanno presentato denuncia alle Autorità di P.G. a Bari e 3 mesi dopo veniva contattato e avvisato anche il Consolato di Bogotà. Ma di Lui nulla, sparito. Simone con la famiglia sono disperati, mi portava a conoscenza che anche dalle suddette Autorità nessuna notizia è pervenuta loro. E LA STOPRIA SI RIPETE, COME SEMPRE HO DETTO, ANCHE ULTIMAMENTE, NON SOLO IO, IN ITALIA NON CI SONO SOLO I MARO' MA ANCHE ALTRI CITTADINI DI CUI NESSUNO SI INTERESSA, A NULLA SONO SERVITE LE MIE E DI ALTRI, DENUNCE, CHI FARA' SAPERE QUALCOSA A QUESTA FAMIGLIA DI CITTADINI ITALIANI? COME ALTRI D'ALTRONDE..... PER ADESSO E' TUTTO QUA, MA APPENA SI AVRANNO ALTRE NOTIZIE NE COMUNICHERO', VI PREGO DI CONDIVIDERE IN MODO CHE POSSA ARRIVARE LA NOTIZIA A CHI DI DOVERE, GRAZIE, CORAGGIO SIMONE.....

14 febbraio 2014

Italiano detenuto in Guinea: «Il mio inferno di frustate» Roberto Berardi è accusato di furto, in carcere da un anno - rcd

http://video.corriere.it/italiano-detenuto-guinea-tg1-suo-disperato-appello/8d053fe0-930c-11e3-aaf6-4579e45c2a0a



NON SOLO MARO'. Appello disperato di Roberto, torturato sistematicamente e quotidianamente, CHI SI OCCUPA DI QUESTI CITTADINI? O NON SONO TALI?? ISTITUZIONI, POLITICI, MEDIA, CARTA STAMPATA, MA CHE KAZZ... CI STATE A FARE? CAPISCO I LAUTI STIPENDI MA UN ATTIMO DI UMANITA' E DI ORGOGLIO NAZIONALE. Qui da noi a milioni fanno i loro comodi "e le cronache quotidiane lo dimostra" si fanno arrestare per vivere dignitosamente, specie d'inverno, e dopo tale detenzione presentano ricorsi con avvocati compiacenti a Strasburgo per rimborsi di maltrattamenti - detenzione in solo 4 5 mq, perchè la tv una sera non funziona, perchè non riescono a telefonare per linee intasate o lo Stato Italia dimentica di comrargli le schede telefoniche, E L'iTALIA sistematicamente viene condannata a pagare, milioni di Euro...
ECCO INVECE COME VIVONO I CITTADINI ITALIA ITALIANI NELLE CARCERI DEL MONDO, COLPèEVOLI?, INNOCENTI? non importa DIRITTI E LEGGI INTERNAZIONALI E CONVENZIONI, Politici lo sapete che esistono? certo dopo lo schiaffo del segretario dell'ONU datovi per la vicenda dei marò ci ripensate e pensare che i marò lavoravano proprio per l'ONU, che VERGOGNA CHE SIETE TUTTI DAL VERTICE DELLA PIRAMIDE ISTITUZIONALE (LO ZAR GIORGIO) A VENIRE GIù ALLA BASE DI SEMPLICI FUNZIONARI DI CONSOLATI, AMBASCIATE, M.A.E. 

Aiutiamo Roberto a ritornare a casa..............

13 novembre 2013

Appello di tutte le ong: "Non dimentichiamo Giovanni Lo Porto"

http://www.repubblica.it/solidarieta/ong/2013/11/12/news/rompono_il_silenzio_tutte_le_ong_non_dimentichiamo_giovanni_lo_porto-70836336/?ref=HREC1-23

Appello di tutte le ong: "Non dimentichiamo Giovanni Lo Porto"
Giovanni Lo Porto
ROMA - "Siamo affranti, preoccupati e anche un po' arrabbiati", ci dice al telefono Pietro Barbieri, presidente del Forum nazionale Terzo settore, il Consiglio che raggruppa tutte le ong italiane e il mondo della cooperazione impegnato all'estero. "C'è un italiano che da 22 mesi è prigioniero di qualche gruppo jihadista o banda criminale. Ma di lui non si sa assolutamente più nulla". 

FIRMA L'APPELLO PER GIOVANNI

L'italiano si chiama Giovanni Lo Porto, siciliano, ha 36 anni e fino al 19 gennaio del 2012 lavorava nel sud del Punjab per la ong tedesca Wel Hunger Hife. Quel giorno, quattro uomini armati hanno fatto irruzione a Multan, vicino alle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, nella casa dove viveva Giovanni, e lo hanno portato via a forza assieme al suo collega Bernd Muehlenbeck, di 59 anni. Nessuno ha rivendicato il loro rapimento. Solo poco prima del Natale del 2012 è stato messo in rete un video nel quale Muehlenbeck dichiarava: "Ora siamo in difficoltà. Per favore accogliete le richieste dei mujahiddin. Possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani, tra tre giorni". 

L'uso del plurale ha fatto sperare che i due si trovassero assieme e questo sarebbe la sola prova dell'esistenza in vita di Giovanni. Da allora è calato il silenzio. Da parte di tutti. 
Anche delle autorità italiane. La linea seguita è la stessa di sempre in questi casi: massima discrezione per tutelare l'ostaggio e consentire l'avvio dei contatti con i rapitori e di un'eventuale trattativa.

Pietro Barbieri, un anno e 9 mesi di silenzio non sono un po' troppi. Ma soprattutto: sono serviti a qualcosa, visti i risultati?
"Non posso che condividere. Per quello che sappiamo non è stata intavolata alcuna trattativa ma soprattutto non si sa nemmeno chi tenga prigioniero il nostro collega. Siamo veramente preoccupati. E' passato molto tempo e non c'è uno straccio di informazione che ci faccia orientare in questo incubo".

Adesso avete deciso di rompere il silenzio. Avete lanciato un appello al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio con un titolo che è anche un accorato invito: non dimentichiamolo.
"Giovanni Lo Porto è un operatore umanitario che si è recato in Pakistan per aiutare migliaia di persone sconvolte da un'alluvione eccezionale. Stava facendo ciò che fanno altre centinaia di volontari come lui. Ma è prima di tutto un cittadino italiano. Prigioniero da 22 mesi. Senza sapere che fine abbia fatto, dove si trovi, nelle mani di quale gruppo, in quali condizioni fisiche e psicologiche. L'Italia, il nostro governo e le nostre autorità non possono abbandonarlo".

Perché questo lungo silenzio?
"Quella di Giovanni è una famiglia semplice, senza legami e contatti; conosceva appena il lavoro in cui era impegnato il figlio. Ma non è in grado di lanciare una campagna, di tenere alta l'attenzione. Sappiamo che ha dei contatti con l'Unità di crisi della Farnesina".

Che tipo di contatti?
"Li tengono informati".

Su cosa?
"Immagino sui tentativi di individuare chi tiene in ostaggio Giovanni".

Tentativi falliti, a quanto pare. Lo stesso ministro Bonino sostiene che i pochi tentativi si sono rivelati una bufala. I presunti emissari erano inaffidabili.
"E' questo che ci riempie di angoscia".

Ma nessuno ha mai raccolto una prova sull'esistenza in vita di Lo Porto?
"Finora non ci risulta".

Perché avete atteso tanto tempo prima di uscire allo scoperto?
"In questi casi le Istituzioni chiedono il silenzio. E noi abbiamo aderito all'invito nella speranza che agevolasse le trattative".

Ma qui non abbiamo neanche notizie su chi tenga in mano Giovanni.
"Il nostro appello punta proprio a scuotere le coscienze, ad attirare l'attenzione di chi ci appare distratto".

La ong tedesca per cui lavoravano i due cooperanti si è attivata?
"Da quello che ci risulta mantiene i rapporti con la famiglia del volontario italiano".

Sembra tutto molto disarmante.
"Noi non abbiamo e non vogliamo arrenderci. Dobbiamo agire, fare qualcosa, ricordare che c'è un giovane italiano prigioniero da qualche parte tra Pakistan e Afghanistan. L'Italia ha il dovere di rintracciarlo e di riportarlo a casa. Ma non chiedeteci ancora silenzio. Il caso di Giovanni Lo Porto è un caso dimenticato: noi chiediamo a Napolitano e Letta di tenerlo vivo. Di fare tutto il possibile per restituirlo alla sua famiglia e a tutti noi". 

12 novembre 2013

La tragica e incredibile odissea di un imprenditore italiano, sbattuto e abbandonato in una lurida galera della Guinea Equatoriale

http://www.africa-express.info/2013/11/12/la-tragica-e-incredibile-odissea-di-un-imprenditore-italiano-sbattuto-e-abbandonato-una-lurida-galera-della-guinea-equatoriale/


November 12, 2013 GUINEA EQUATORIALE  Nessun commento
roberto-berardi-1Massimo A. Alberizzi10 novembre 2013
Roberto Berardi imprenditore italiano, 48 anni, da gennaio è rinchiuso in una galera della Guinea Equatoriale, uno dei Paesi più repressivi del mondo, dove, circondato da assassini, ladri e banditi di ogni genere, langue in isolamento. Nessuno può andarlo a trovare, neppure i diplomatici italiani. La sua colpa? Avere cercato di capire come mai dalla società edile, che aveva costituito assieme al vicepresidente e figlio del presidente del Paese, era sparito del denaro. Da vittima di una malversazione è diventato, per la corrotta giustizia equatoguineana, carnefice. Ora Berardi, rinchiuso in una galera lurida e raccapricciante, sta vivendo una storia terribile.

Non basta tutta la fantasia per descrivere la sua incredibile vicenda: la realtà supera le più sfrenata fantasia. Inutile dire che i giornalisti sono banditi dalla Guinea Equatoriale. Per noi è impossibile ottenere il visto. Il regime, corrotto fino al midollo e sanguinario, deve mantenere i suoi segreti. E poi, cosa succederebbe se l’opinione pubblica venisse a sapere che la compagnia petrolifera da cui compra la benzina ogni giorno va a braccetto e copre la spietata dittatura equatoguineana? Solo i reporter cinesi sono ammessi, ma sappiamo come la libertà di stampa in Cina non esista. E nemmeno l’opinione pubblica.Mappa
Teodoro Obiang, il dittatore della Guinea Equatoriale, rischia di essere deferito alla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’Umanità. Un gruppo di avvocati ha costituito un comitato per chiedere all’ONU di considerare la corruzione proprio come un delitto contro l’umanità
Siamo nel 2011 e sembra un affare come un altro quello offerto all’imprenditore italiano Roberto Berardi: un appalto per costruire edifici civili nella Guinea Equatoriale. Berardi ha una certa esperienza della regione per aver lavorato in Costa D’Avorio e in Camerun e quando scopre che suo partner nella società che si accinge a costituire nel Paese sarà nientemeno che Teodorin, il figlio prediletto del presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasongo, e vicepresidente, si sente lusingato e in una botte di ferro. Accetta così di entrare nell’affare.Teodorin yacht
Berardi non sache Teodoro, al potere dal 1979, è un sanguinario dittatore, il primo della classifica africana dei tiranni, assieme al suo omologo che “regna” con in pugno di ferro sull’Eritrea, Isaias Afeworki. Teodoro Obiang si arroga il diritto di vita e di morte sui suoi sudditi. Infatti qualcuno alla radio nazionale ha spiegato che lui può ammazzare chiunque, perché tanto non può andare all’inferno. La Guinea Equatoriale (700 mila abitanti) è un Paese ricchissimo: le royalty sul petrolio sono enormi, peccato che finiscano in poche tasche. Come sempre in questi casi, il despota e suo figlio confondono il proprio conto in banca con quello dello Stato.
La gente potrebbe vivere a livello scandinavo, almeno a dar retta alle statistiche che, come al solito, non rendono giustizia e restano incomprensibili. Il reddito pro capite e poco meno di 25 mila dollari l’anno. Peccato che la gente viva con meno di un dollaro al giorno e la metà della popolazione non abbia accesso all’acqua potabile.
In Guinea Equatoriale di ricchissima c’è solo una cosa: la famiglia (allargata) del presidente quella cioè che saccheggia le risorse minerarie. Ha la benevolenza delle compagnie petrolifere che ottengono lucrose concessioni in cambio di altrettanto lucrose tangenti, come accusano organizzazioni non governative che si occupano di lotta alla corruzione.Teodorin e girlfriend
Il vecchio Teodoro, che è nato nel 1942 e ha studiato all’accademia spagnola di Saragozza sotto la dittatura di Francisco Franco, lascia mano libera al figlio, Teodoro anche lui, ma soprannominato Teodorin, un playboy straricco e capriccioso più avvezzo alla bella vita che agli affari della politica e delle tangenti.
Berardi non sa la storia della Guinea Equatoriale, di Teodoro e di Teodorin. Così, come già detto, quando questo gli propone un affare, di entrare cioè in società con lui, vicepresidente dai grandi poteri, accetta. I due assieme fondano la società di costruzioni Eloba: 60 per cento Teodorin, 40 Berardi.
Teodorin ama l’Italia e le cose italiane. E per questo possiede una delle 30 Bugatti esistenti al mondo, otto Ferrari, una Laborghini e una Maserati. Oltre, naturalmente a numerose Bentley, Rolls Royce, Mercedes e Aston Martin. Riconosciuto come gran playboy per far colpo sulla cantante rap Eve compra al volo uno yacht da 380 mila dollari, una cifra che supera di ben tre volte il budget destinato all’educazione nel suo Paese.Casa di Malibu
Possiede un bellacasa a Malibu, in California, pagata 35 milioni di dollari in contanti, e compra tutti i memorabilia di Michel Jackson, compreso un guanto bianco  tempestato di diamanti dal valore di 350 mila dollari. Possiede un aereo personale, una flotta di panfili, un appartamento nell’esclusiva avenue Foch a Parigi. Impossibile fare un elenco delle sua bravate. Ecco un esempio: un weekend in Sudafrica costato 100 mila euro in caviale e champagne.
I giudici americani e francesi si sono domandati come potesse comprare tutto ciò con il suo stipendio di 81 mila dollari all’anno da ministro delle foreste e vicepresidente nel suo Paese e hanno aperto un’inchiesta che ha risposto alla domanda: attraverso estorsioni e corruzione legate alle concessioni di gas e petrolio nel suo Paese. Le sue auto sono state sequestrate dalla giustizia francese e messe all’asta.
Berardi non sa nulla di ciò e casca nella trappola, dove tra l’altro sono cascati altri imprenditori occidentali. Mentre Teodorin compra il guanto di Michel Jackson, dalla cassa della Eloba scompare il denaro che servirebbe per acquistarlo. L’imprenditore chiede spiegazioni. Gli viene mandata a casa la polizia per arrestarlo. Protesta e chiede aiuto, ma l’aiuto gli viene negato. Perfino i diplomatici italiani non ottengono i visti per andare nel Paese. Certamente non possiamo mandare un contingente di parà per liberarlo, ma forse chiedere e ottenere che esca fuori da quella putrida galera dovrebbe essere un obbligo per la nostra diplomazia.
A meno che non sia meglio affidare il dossier all’ENI, che in Guinea Equatoriale, terzo produttore di petrolio nell’Africa sub sahariana, ha ottime entrature ottenute, se non vado errato, ma come è facile immaginare,  con sistemi non del tutto confessabili. Eni o Farnesina (o entrambi) è lo stesso, ma si scelga in fretta Roberto Berardi rischia di non uscire vivo da quell’inferno.
Massimo A. Alberizzi
Massimo.alberizzi@gmail.com
Twitter @malberizzi
Nelle foto dall’alto: Roberto Berardi prima dell’arresto, la mappa della Guinea Equatoriale, il panfilo da 380 milioni di dollari, Teodorin con una sua girl friend, la villa di Malibu e il video girato quando hanno sequestrato la collezione di auto da sogno
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25 agosto 2013

Bangkok, due italiani sequestrati e liberati: arrestati due poliziotti, chiedevano riscatto

http://www.repubblica.it/esteri/2013/08/24/news/thailandia_due_turisti_italiani_sequestrati_e_subito_liberati_arrestati_due_poliziotti-65208350/

ED ECCOCI ANCORA, CITTADINI ITALIANI ARESTATI-SEQUESTRATI PER ESTORSIONE DA POLIZIOTTI, questa volta è andata bene e i ragazzi potranno raccontarla, caso evidente, sbagli grossolani dei poliziotti hanno permesso il lieto fine della storia. Ma quanti altri rimangono nell'anonimato e i malcapitati costretti a rimanere rinchiusi in luride celle che nulla hanno a che vedere con carceri civili e una parvenza di umanità.E' la riprova, se ancora ce ne fosse bisogno della situazione che viviamo quando andiamo all'estero. auguri ragazzi e auguri alle famiglie per lo scampato pericolo......

13 luglio 2013

Farnesina: oltre 3 mila italiani detenuti all'estero, 1 anche in Siria

(ASCA) - Roma, 10 lug - Sono 3.103 gli italiani detenuti all'estero, di cui 2.323 nell'Unione europea, 129 nei paesi extra-Ue, 494 nelle Americhe, 64 nella regione Mediterranea e in medio oriente, 17 nell'Africa sub-sahariana e 76 in Asia e Oceania. Lo rivela la Farnesina nel suo annuario statistico. Di questi, 33 sono in attesa di essere estradati in Italia, 2.393 in attesa di giudizio e 677 gia' condannati. Tra i Ventotto Stati membri e' la Germania ad ospitare il maggior numero di detenuti italiani nelle sue carceri (1.115). Segue la Spagna con 524. Nelle Americhe e' invece il Venezuela con 81 italiani nelle carceri amministrate dal governo di Caracas. Ventisette, infine, sono detenuti in Marocco, per quanto riguarda la regione Mediterranea, mentre un solo italiano e' detenuto in Siria, paese da oltre 2 anni teatro di una profonda e sanguinosa guerra civile contro il governo di Bashar al-Assad. rba/mau

12 maggio 2013

Italiano muore in carcere francese per "attacco di cuore". Il padre: non ci credo


DA RAINEWS24
http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=177687

Si tratta dello stesso carcere in Costa Azzurra dove morì tre anni fa, in circostanze anche allora non del tutto chiare, un altro italiano, Daniele Franceschi, viareggino di 36 anni. Le autorità francesi hanno aperto un'inchiesta e presto sarà fatta l'autopsia per accertare le cause della morte

Ventimiglia, 11-05-2013
Attacco di cuore: sarebbe questa la causa della morte di un italiano detenuto nel
carcere di Grasse, in Costa Azzurra, lo stesso nel quale mori' tre anni fa, in circostanze anche allora non del tutto chiare, un altro italiano, Daniele Franceschi, viareggino di 36 anni. E anche oggi, proprio come allora, i familiari non credono a
quella che sarebbe la versione ufficiale.

"Attacco di cuore? Era giovane e sano. E mi domando se, in caso di malore, sia stato assistito a dovere", dice Giancarlo, padre di Claudio Faraldi, il ventinovenne di Ventimiglia morto mercoledi' scorso, "anche se - aggiunge il padre Giancarlo - siamo stati avvertiti solo ieri".

Claudio Faraldi stava scontando cinque anni per una rapina compiuta nel 2011 in in Costa Azzurra e si trovava nel carcere francese da sei mesi.

Un passato di tossicodipendenza, nel 2010 era entrato nella comunita' di San
Patrignano da dove pero' fuggi' dopo pochi mesi. "Voglio assolutamente vedere mio figlio prima dell'autopsia che verra' compiuta il 16 maggio", dice il padre di Claudio, che alcuni anni fa aveva perso la figlia Stephanie.

Alla famiglia Faraldi arriva il sostegno di Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi, morto nello stesso carcere: anche allora le autorita' francesi attribuirono il decesso a un malore, ma la madre ritiene che sia stato picchiato. I Faraldo "devono battagliare come ho fatto io fino ad oggi e si devono imporre per vedere il figlio prima che facciano l'autopsia non come e' avvenuto per Daniele - dice Cira Antignano -: quando avevano fatto tutto me lo hanno mostrato avvolto in un telo senza che potesse essere fatta chiarezza fino ad oggi della sua morte".

"Anche per Claudio, come per Daniele, attribuiscono la morte a problemi cardiaci, mi sembrano versioni che non stanno in piedi. Sono vicina a questa famiglia, perche' comprendo il loro dolore e mi unisco anche a loro e agli altri che vogliono giustizia, perche' dobbiamo far sentire forte la nostra voce", dice la mamma di Daniele Franceschi che a piu' riprese ha manifestato davanti all'Eliseo perche le autorita'
francesi facessero luce.

Nel marzo scorso la Corte di appello di Aix en Provence ha disposto nuovi accertamenti sulla morte di Franceschi, dopo che la procura di Grasse a febbraio aveva chiesto il prolungamento delle indagini: ad avviso dei magistrati, non e' da escludere l'ipotesi di responsabilita' da parte dei vertici dell'ospedale civile di Grasse per non aver ravvisato la necessita' di un ricovero per il giovane.

Tra gli indagati figurano un medico e due infermieri del carcere francese. Il consolato d'Italia a Nizza ha confermato il decesso di Faraldi, ma sulle circostanze della morte "non sappiamo nulla. La Procura di Grasse ha aperto un'inchiesta e le indagini sono in corso", ha detto un responsabile del consolato. Niente di deciso anche sul
rimpatrio della salma in Italia: la madre del ragazzo e' francese e potrebbe anche decidere di tenerla in Costa Azzurra.
 

Le autorita' francesi hanno aperto un'inchiesta e presto sara' fatta l'autopsia per accertare le cause della morte. Le autorita' diplomatiche italiane hanno chiesto di essere tempestivamente informate sull'esito dell'esame autoptico e sull'evoluzione delle indagini che le autorita' francesi hanno disposto con l'apertura di un'inchiesta sul caso.

7 maggio 2013

ALEX, CUOCO SEVIZIATO E UCCISO IN MESSICO: "BRUCIATO VIVO SULLA SPIAGGIA"

E la storia si ripete e purtroppo si ripeterà all'infinito fino a che non ci sarà un Governo, un Parlamento, un Presidente della Repubblica e le Istituzioni tutte non costringeranno i funzionari di Ambasciate e Consolati a fare il proprio dovere, in breve a guadagnarsi e sudarsi il lauto stipendio che percepiscono. Leggete tutto l'articolo e capirete, ma in breve ecco lo sfogo amaro della suocera di Alex, morto assassinato barbaramente in Messico.
Non è possibile tutto  questo comportamento da parte delle Ambasciate e Consolati nonostante quanto successo e fatto in questi anni da me, Katia e la signora Cecilia che proprio in Messico nel 2007 ha perso il figlio perchè assassinato, tutto continui come prima, nessuna vergogna o paura da parte di costoro a fare il proprio dovere dando tutti i servigi che gli sono imposti e che per Diritto di cittadini Italiani ci competono. Seguiremo anche questo caso informandoVi. Giovanni Falcone

Martedì 7 Maggio 2013
VENEZIA - Seviziato e bruciato. Il cadavere ritrovato gettato in un campo. In tasca trecento pesos, il cellulare, i documenti, le chiavi di casa. Tutto annerito dalla fiamme che hanno straziato il corpo di Alex Bertoli, 28 anni, isontino di Capriva del Friuli e cresciuto in Germania, che con la moglie Pamela Codardini, 24 anni, di Mestre, dal 1. novembre si era trasferito in Messico a Mezunte Oaxaca, dove con un socio del posto avevano aperto una pizzeria in riva al mare


Lui cuocolei barista si erano innamorati della località dopo una vacanza, decidendo di tentare la fortuna mettendosi in proprio in quel paesaggio da sogno. L’incubo è cominciato venerdì scorso, quando Pamela verso sera si è rivolta alla polizia perché non riusciva più a rintracciare il marito: «Era uscito al mattino, dicendomi che doveva scendere cinque minuti in spiaggia e che sarebbe tornato subito. Invece non è più rientrato. Lo hanno trovato in quello stato domenica mattina - dice tra le lacrime al telefono - e ho dovuto andare all’obitorio a riconoscerlo. Non riesco ancora a credere che sia tutto vero, che Alex non ci sia più».



Che si tratti di un omicidio i familiari del giovane ristoratore non hanno dubbi. L’autopsia disposta dell’autorità giudiziaria locale dovrà stabilire la causa del decesso: le percosse cui è stato sottoposto o ilfuoco appiccato con crudeltà e ferocia. Sul movente di un assassinio tanto efferato non si sa ancora nulla. A ipotizzare alcuni scenari è la mamma di Pamela, Cristina Vianello: «Non vorrei che Alex abbia chiesto un prestito alle persone sbagliate e poi non sia riuscito a restituire il denaro. Da gennaio avevano qualche difficoltà economica. Spero che le indagini possano fare chiarezza anche se purtroppo nessuno può più riportare in vita mio genero». È stata la signora Vianello, subito dopo la telefonata con cui la figlia la informava che Alex era sparito, a contattare l’ambasciata italiana a Città del Messico, affinché il personale diplomatico si attivasse sul caso. Purtroppo - commenta amara - non abbiamo trovato l’appoggio che speravamo, nemmeno dopo la scoperta della fine orribile di Alex. Mia figlia è stata lasciata sola ad affrontare una prova così dilaniante. Io partirò oggi se trovo posto in aereo. Il biglietto l’ho già acquistato».



È stata sempre Pamela a dover trovare il coraggio di avvisare anche i genitori di Alex, papà Claudio e mamma Loredana, che vivono tuttora in Germania come l’altro figlio Stive che gestisce un locale. Alex e Pamela si erano sposati il 23 febbraio 2010 in municipio a Favaro, vicino a Mestre. Il loro amore era sbocciato sul litorale veneziano, a Punta Sabbioni, nel ristorante dove entrambi lavoravano e dove si sono conosciuti: lui chef in cucina, lei addetta al bar, al "Sottoriva" di Alessandro Giacomelli: «Ho saputo della tragedia domenica quando il fratello di Pamela è venuto a dirmelo. È incredibile. Alex era una persona meravigliosa e bravissima. Chi può averlo ridotto in quella maniera?. Chi poteva volergli tanto male? Sono stati qui per quattro anni fino a ottobre e poi sono partiti per il Messico. Felici».

9 aprile 2013

Marò, Ban Ki-moon: "Soluzione nel dialogo". E il governo indiano esclude la pena capitale

http://www.repubblica.it/esteri/2013/04/09/news/mar_ban_ki-moon_risolvere_caso_con_dialogo-56273047/


Il segretario generale dell'Onu, a Roma per una visita a Papa Francesco, ha incontrato il presidente Napolitano per parlare del caso dei fucilieri italiani in attesa di giudizio in India. "Situazione spiacevole che coinvolge due Paesi importanti". Intanto da New Delhi il ministro dell'Interno Sushil Kumar Shinde spiega di aver trovato la scappatoria giuridica che garantisce l'ergastolo come pena massima per Latorre e Girone


in base a questo articolo i due marò Latorre e Girone e i loro familiari possono dormire tranquilli, forse saranno condannato ad una pena non superiore all'ergastolo, TRANQUILLI RAGAZZI, le nostre autorità e quelle internazionali stanno lavorando per il Vostro bene............

27 marzo 2013

ANCORA LINK...

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2013/03/25/maro_india_girone_latorre_kerala_pena_morte.html

http://www.fanpage.it/riportate-a-casa-mio-marito-l-urlo-della-moglie-del-maro-salvatore-girone/

http://video.repubblica.it/dossier/enrica-lexie/terzi-mi-dimetto-in-disaccordo-col-governo/123553/122044
e ancora potrete da soli cercare sul web..........

LINK PER IL CASO MARO'

DA: POLISBLOG.IT
http://www.polisblog.it/post/71227/caso-maro-michele-emiliano-pressioni-da-parte-di-monti-indaghi-la-procura

Nel già complicato caso dei marò italiani in India, che ha causato le dimissioni del ministro degli Esteri, piomba anche la dichiarazione del sindaco di Bari, Michele Emiliano. L’esponente Pd – che in questi giorni è particolarmente attivo sia perché sponsorizza un governo dei 5 Stelle, sia perché si è trovato al centro delle polemiche per la sua partecipazione alla manifestazione dei sindaci No-Tav – ha raccontato ieri di aver ricevuto qualche giorno fa una telefonata dal premier Monti riguardo il caso dei due fucilieri italiani.
Questi i fatti: Emiliano, che da mesi segue la vicenda ed è stato vicino alle famiglie dei due militari, si era recato a casa di Salvatore Girone la sera del 21 marzo, quando il fuciliere venne convocato a Roma assieme a Massimiliano Latorre. In quell’occasione, in un incontro durato 5 ore, il governo li informò che sarebbero dovuti partire immediatamente per l’India. Emiliano invece era intenzionato a convincere Girone a opporsi:
La sera in cui aspettavo Salvatore Girone nella sua abitazione, quando si è saputo che ero lì e che probabilmente avrei interferito nella scelta di tornare, il presidente del Consiglio Mario Monti mi ha chiamato pregandomi di non interferire sulla volontà del sergente Girone. Non ho minimamente interferito perchè il presidente del Consiglio mi ha dato questo indirizzo e io l’ho rispettato.
Quando però Girone torna a casa, qualcosa nel suo atteggiamento è cambiato, secondo il racconto di Emiliano: il fuciliere è deciso a tornare in India e il sindaco vuole vederci chiaro:
Mi auguravo che, come il sindaco e i familiari non avrebbero interferito sulla volontà di Girone in una direzione, nessuno avesse fatto la stessa operazione al contrario. Perché, laddove fosse stata fatta questa operazione, si trattava di una attività secondo me suscettibile di una valutazione penale.
Da qui la decisione di coinvolgere la giustizia militare e civile:
Ho informato il procuratore militare De Palma del fatto che Salvatore Girone è partito per Roma con la ferma volontà di non ripartire per l’India ed è tornato invece, chissà per quale ragione, convinto di dovere partire ad ogni costo. Ci tengo che questa cosa sia accertata e la mia è una vera e propria denuncia, perchè se Salvatore ha deciso di sua spontanea volontà va tutto bene, ma se qualcuno avesse anche semplicemente prefigurato un danno per lui e/o per la sua famiglia o per la sua carriera per indurlo a partire, ci troveremmo di fronte a una situazione suscettibile di valutazione penale
Oltre che alla procura militare, Emiliano ha chiesto l’intervento di Amnesty International, perché non è convinto che i due marò potranno davvero essere immuni dalla pena di morte, e ha denunciato il fatto anche alla procura di Roma perché accerti “chi e con che mezzi ha convinto Girone e Latorre a tornare in India nonostante la situazione infernale che era stata creata a causa delle incertezze della nostra diplomazia e delle incertezze del nostro governo”.

MARO', SBAGLI - OMISSIONI - FARSA

Ed eccoci ancora ai marò, i due soldati Italiani detenuti (ancora)  in India, dopo il voltafaccia del nostro Governo (farsa, al limite del tragicomico).  I Fatti,, i due millitari in Italia per una licenza!!, 30 gg., dovuto alle elezioni nel nostro paese, dopo un accordo, non scritto, ma fatto di assicurazione, parola data dal Ministero e dal nostro Ambasciatore a Delhi, questa volta anche senza aver dovuto pagare la cauzione come avvenuto con il primo viaggio rientro in Patria. 
E' successo che a sorpreso il Governo una settimana circa dal rientro dava notizia della decisione delle nostre Autorità a non farli rientrare in India e che tutta la questione sarebbe stata risolta in Italia forte del Diritto Internazionale e forse?? dell'aiuto di autorità Internazionali???? non si sa, sta il fatto che tutto è iniziato così e tutto è finito come un film comico, e cioè retromarcia immediata dell'Italia dopo l'ira del Governo Indiano con minaccia verbale di vietare addirittura il rientro in Patria del nostro Ambasciatore,( cosa mai avvenuto in altre occasioni anche peggiori nel mondo con tutte le altre nazioni).
Chissà cosa è veramente avvenuto ma sta di fatto che il Governo incalzato dagli altri partiti in Parlamento ne chiedevano la sua presenza in quella Autorevole Sede e dare le spiegazioni sul caso con relativi perchè e per come di quanto successo. E qui si è consumato il tutto, il Ministro Terzi diceva addirittura che i due sono stati fatti rientrare in India contro la sua volontà dichiarando LE SUE DIMISSIONI DAL GOVERNO, IL MINISTRO DELLA DIFESA ATTACCAVA L'EX (oramai) MINISTRO DEGLI ESTERI, il Parlamento giustamente andava su tutte le furie chiedendo la presenza del Primo Ministro Monti, il Presidente della Repubblica su tutte le furie per il modo di dare le dimissioni in Parlamento e non prima di aver avvisato il Colle, il sindaco di Bari dava notizia di una telefonata del Presidente del Consiglio Monti il quale gli intimava di non intervenire in nessun modo verso i familiare e di uno dei militari (che non voleva fare rientro), per cui la conferma che i due sono rientrati sì ma contro la loro volontà ma per ordine Superiore del Governo e come militari Puri, Giusti attaccati al Valore della Patria, dell'essere militari e della parola data da militari e uomini Italiani verso uno Stato e cittadini stranieri (perciò onore a loro).
Questa è la verità sulle menti dotti (come scritta in altra occasione) dei nostri politici e tecnici Internazionali, MA LA VERITA' E' CHE COSTORO NON SANNO COME MUOVERSI, COSA FARE, NON CONOSCONO LA LEGISLAZIONE INTERNAZIONALE (e personalmente lo posso provare perchè subito sulle mie spalle). 
MA COME SI FA?????? AD AVERE GENTE COSI'?? QUALI GARANZIE POSSONO AVERE I NOSTRI CITTADINI? E BADATE BENE, ANCHE NELLA TRAGICITA' DEL CASO I DUE MARO' ALMENO SONO ASSISTITI, bene, male???? PENSATE AI 3.000 CITTADINI CIVILI, PRIVATI  ARRESTATI (sequestrati il più delle volte ingiustamente) NEL MONDO, ABBANDONATI AL LORO DESTINO, COSTRETTI A VITA DI STENTI CHE IN ITALIA NEANCHE GLI ANIMALI (lì dovrebbe andare l'inviato di Striscia la Notizia (Paolo Stoppa, l'amico degli animali)  a fare servizi e far vedere realmente la vita che fanno, lì maggiormente dovrebbe andare la signora ex ministro BRAMBILLA  a vedere morire i nostri cittadini, perchè di questo si tratta realmente, genitori in Italia abbandonati e non assistiti  e non avere nessuna notizia dato che LE ALTE MENTI, DOTTI del Ministero e Ambasciate e Consolato se ne sbattono i coglioni (scusate il termine) perchè per loro se arrestati sono colpevoli e perchè non sono rimasti a casa loro,  perchè loro non hanno tempo da perdere, COME SE I DIRITTI DEI CITTADINI SIA UN QUALCOSA CHE DIPENDA DALLE LORO VOLOTA' a costoro io dico SIETE SOLO DEGLI IMBECILLI CHE VIOLANO TUTTI I GIORNI E OGNI MOMENTO I DIRITTI E LE LEGGI CHE DOVREBBERO GARANTIRE E AMMINISTRARE PER I CITTADININI, PER LA PATRIA E PER LORO STESSI..
HO SEMPRE DETTO A RAGION VEDUTA CHE TUTTA QUESTA FACCENDA IO L'AVREI RISOLTA SUBITO E SICURAMENTE IN MODO DIVERSO.
APPENA POSSIBILE PUBBLICO LINK DI GIORNALI. Giovanni Falcone